Lettera M

13 Risposte to “Lettera M”

  1. gianni miraglia Says:

    Metabolismo

    Metabolismo, la parola che mi affascina. Interiore perché parte dagli organi interni e arriva a quello che fai. Siamo delle macchine, se nessuno l’avesse mia detto. Ti senti un numero, ma funzioni bene. C’ era la curva metabolica. Un regalo di Natale che secondo le istruzioni impediva alle automobiline della mia pista polystil di non volare via. E’ per la forza centripeta diceva la voce che sa più di me. Il metabolismo viene stimolato da esercizi che coinvolgono i muscoli principali, come le gambe che si flettono al suolo ad esempio, non certo con la corsa vorticosa lungo la curva parabolica di una pista di atletica. Metabolismo, non conosco il greco antico. La nostra lingua deriva dal latino. Hanno sempre detto di come sia avvantaggiato chiunque abbia studiato la lingua morta che poi si è espansa con le conquiste dell’impero che non c’è più. Parola che si compone di una parte animata, secondo me è lì che batte il cuore. Bolismo per dire qualcosa che ebolle, caldaia, stantuffo, pressione. E il prefisso meta, forse l’obiettivo o la parte di mezzo, per dire di una distanza equidistante dall’altra. Il metabolismo più o meno è l’energia sviluppata dai processi organici del corpo umano. A me affascina che abbia un rapporto direttamente proporzionale alla vita.

  2. elena gottardello Says:

    Mani
    Una delle parole che mi piacciono di più, perchè non di una sola si tratta, è “mani”.
    Pezzi di corpo, sono in coppia ma stanno anche sole, parlano e lavorano insieme, ma anche no. Sanno di lavoro, tenerezza, forza, passione, violenza e indifferenza. Passano significati quando le parole non servono, lasciano il segno, incidono ricordi, accompagnano sguardi.

  3. elena gottardello Says:

    Mani
    E’ questa una delle due parole che preferisco. E’ breve, plurale, e sa di concretezza.
    “Mani” è parola che indica due pezzi di corpo che fanno cose in coppia, ma anche no.
    Raccontano tenerezza, violenza, indifferenza, passione, fatica, stanchezza. Sede del tatto, trasmettono quello che le parole non arrivano a dire

  4. alice Says:

    Mio

    1. dopo “mamma”, “babbo” e “pappa” – residui semicoscienti di lallazione – arriva “mio”, la parola col dittongo, esclamativa e intransigente, i cui strabilianti effetti sul quotidiano compensano le difficoltà di articolazione (“mio”, e non “io”, essendo il secondo conseguenza del primo, l’eco che rivela al bambino il mistero dell’identità: il bambolotto è mio, quindi io esisto – posseggo dunque sono). “Mio” è aura e viluppo, attribuzione e difesa. È lo scudo spaziale del quotidiano, la frontiera e l’arma di conquista: tutto insieme. Impedito dal pannolino a imitare il canide domestico, il bimbo alza la gamba e dice “mio!”. Da grande si vergogna un po’ e cerca di dirlo composto. [es: il –– fidanzato è ––, e guai a chi me lo tocca.]

    2. mattonella di formaggio fuso e poi ricompattato che la mamma somministra (spalmata sul pane o sciolta nella minestra) quando il bambino strepita nel pieno della sua mania di possesso.

    (Poi, inaspettato, un giorno “mio” germoglia e diventa “nostro”).

  5. Sundance Kyd Says:

    Madre.
    Questa parola è un’idea trasversale, un legame chimico, un alito di vita che aleggia su creature disparate e situazioni distanti, un filo invisibile che lega oggetti e persone in un reticolato lasco e tenace – l’azione che svolge è definita meglio dal verbo ‘to encompass’ (to surround, circondare; to envelope, avvolgere; to contain, contenere; to include, includere – The American Heritage DICTIONARY of the English Language che proviene dal Webster, primo dizionario di ‘angloamericano’ della storia). E’ il profumo dei baci della mamma che mette a letto i figli dopo cena, è il brivido suscitato da una suora maestra bravissima e implacabile, è il dispotismo di una piccola prepotente che gode a indicare un feto nato morto strozzato dal cordone in una fotografia nel manuale paterno di patologia, è la ripresa terribile e bellissima della sequenza di un parto, è la vittoria sfolgorante nello sguardo di una ragazzina serva che sceglie la maternità come progetto del proprio riscatto. ‘O Madre’.

  6. linda Says:

    ALEPH
    (libera rielaborazione del concetto borgesiano)

    L’aleph è la sensazione dolce e insieme angosciosa di esserci quasi, è il momento prima di. Quasi sempre il momento prima di una cosa brutta, terribile. Gli inglesi lo chiamerebbero “the last bliss”.
    È da privilegiati vivere l’alpeh. L’aleph non arriva sempre, arriva solo se quel “prima di” è lungo abbastanza da darti il tempo di capire cosa sta per succedere, ma non troppo da farti abituare all’idea, e magari stancartene.
    Per ogni evento c’è una durata congeniale per godersi appieno l’aleph.
    L’aleph può anche durare un mese o un anno – l’aleph di una partenza definitiva, o di una morte annunciata, per esempio. Ma se è troppo lunga e la sua intensità si diluisce, può arrivare a essere spiacevole o insignificante, per logorio. Se dura una settimana è di una rotondità perfetta per avvolgerti.
    Ma un’aleph che dura un giorno intero, meglio ancora una notte, può essere bellissima.
    Se quando una persona ti lascia lo fa nel modo giusto e ancora ti ama un po’, può regalarti l’aleph migliore che ti possa capitare.

    Te lo dice lei stessa che sta succedendo, te lo sussurra premendo le labbra contro la tua spalla, di dietro, durante un abbraccio lungo. Ti dice “basta” con le labbra sulla spalla ed è come se dicesse “Io muoio”. Per te, muoio. TI muoio.
    Poi però aggiunge, Ma non subito, resto con te fino a domani.
    E allora tu ridi tanto, con la gola e nella pancia, nascondendoti perché lei non ti veda ridere della sua morte, ridi di felicità autentica perché fino a domani è un’eternità, un tempo che può espandersi a dismisura, e ora è solo l’inizio. Parlerete della fine, piangerete perché lei ti morirà, ma nella vita di tempo che c’è prima di arrivare a domani ti abbraccerà e ti terrà le mani sulla fronte e ti consolerà del suo morirti, così dolcemente che forse ne varrà la pena. Perchè la tua coscienza sveglia farà da eco a tutte le sue parole, il nido ovattato dell’aleph ti farà gioire anche dell’ultimo angolo di labbra, l’ultima curva di spalle, la piega della maglietta, e sarà tutto così tanto, che in un’implosione il presente potrebbe anche scoppiare e il futuro decidere di non arrivare.

    Poi, certo, arriva.
    E quando lei ti è morta, ti è andata via dalle braccia, e si sa, non c’è stato bisogno di dirlo, che non tornerà – e tu sei piccola di statura ma dentro contieni grandissimo il suo morirti – lì allora smetti.
    Smetti di.

    (eppure)

  7. GIANCARLO TRAMUTOLI Says:

    MAGNANIMO:
    Generoso solo a tavola.

  8. sarah Says:

    Mamma
    Perchè dicendolo succhio latte dall’aria.

  9. Alessandro Corroppoli Says:

    Mercato.
    perchè al mercato ci andvao quand’ero bambino con mamma e ci torno ora sia per fare la spesa, al mercato della frutta, sia per me al mercato della felicità.
    Il Mercato della Felicità, si trova sempre dietro l’angolo, di solito spunta fuori quando ti serve. Un momento prima non c’era e poi puff Donna Malinconia te lo tira fuori che è solo quello che ti è rimasto di fare nelle giornate un pò così.
    E’ sempre un vicoletto lungo e tortuoso, ovunque appaia ha sempre gli stessi prodotti e avventori. Ci ritrovi i ricordi belli, solo quelli, ché ai brutti è vietato l’accesso.
    Di solito io ci vado a trovare quel che mi serve.
    Gli articoli che preferisco sono gli amori di plastica quelli che di abbracci non si stancano mai e di baci ti straziano. Se son di marca per un pò la malinconia ti passa, ma se non stai attento, dopo te ne viene una ancora peggiore.
    Ci sono poi anche i Signori dal naso rosso che son soliti offrirti come mercanzie i loro pregiati boccali. Son intrugli strani che ti seccano la gola e bruciano l’anima quando li mandi giù. Anche per loro ci son controindicazioni se ne abusi troppo. Di solito ti ritrovi la mattina dopo che non ti ricordi come hai passato la notte. E se proprio ti è andata bene al massimo ti accorgi di stringere nel pugno sottobicchieri accartocciati con poesie scritte fitto fitto tutt’intorno.
    Il Mercato della Felicità dura poco, il tempo di farti del male e illuderti di star meglio. Non ha età, è ben tenuto – anche troppo – non ti chiedono soldi ma il più delle volte vai via più povero di prima, tutti ti sorridono ammiccanti nei loro splenditi abiti di scena.
    Al Mercato della Felicità ogni tanto ci passo un pò di tempo, spesso non vorrei mai più doverci tornare.
    Al Mercato della Felicità non trovi l’Amore, ma se ti sta bene accontentarti di qualche suo surrogato sei nel posto giusto.
    Preferisco un pò di sofferenza e la compagnia di Donna Malinconia per qualche bella passeggiata.
    Preferisco provare ad Amare anche se fa male.
    Preferisco donare invece che ricevere doni, se poi si è un dono l’un per l’altro ancora meglio, ma non è facile trovarne di questi tempi.
    Son quel’ degl’abbracci io.. chi mi abbraccia?

  10. Alessandro Corroppoli Says:

    Mercato.
    Il mercato è il luogo dove per antonomasia ci s’incontra, ci si saluta è dove si possono fare meravigliosi incontri.
    Da piccolo ci andavo con i miei genitori a fare la spesa la settimnale ora che son più grandicello ci vado da solo non solo per fare spesa ma anche per osservare la gente e respirare quegli odori magnifici che solo il contatto della moltudine umana può darti…però ci son anche altri mercati come quello della felicità. Cos’è il mercato della felicità?
    Il Mercato della Felicità, si trova sempre dietro l’angolo, di solito spunta fuori quando ti serve. Un momento prima non c’era e poi puff Donna Malinconia te lo tira fuori che è solo quello che ti è rimasto di fare nelle giornate un pò così.
    E’ sempre un vicoletto lungo e tortuoso, ovunque appaia ha sempre gli stessi prodotti e avventori. Ci ritrovi i ricordi belli, solo quelli, ché ai brutti è vietato l’accesso.
    Di solito io ci vado a trovare quel che mi serve.
    Gli articoli che preferisco sono gli amori di plastica quelli che di abbracci non si stancano mai e di baci ti straziano. Se son di marca per un pò la malinconia ti passa, ma se non stai attento, dopo te ne viene una ancora peggiore.
    Ci sono poi anche i Signori dal naso rosso che son soliti offrirti come mercanzie i loro pregiati boccali. Son intrugli strani che ti seccano la gola e bruciano l’anima quando li mandi giù. Anche per loro ci son controindicazioni se ne abusi troppo. Di solito ti ritrovi la mattina dopo che non ti ricordi come hai passato la notte. E se proprio ti è andata bene al massimo ti accorgi di stringere nel pugno sottobicchieri accartocciati con poesie scritte fitto fitto tutt’intorno.

    Il Mercato della Felicità dura poco, il tempo di farti del male e illuderti di star meglio. Non ha età, è ben tenuto – anche troppo – non ti chiedono soldi ma il più delle volte vai via più povero di prima, tutti ti sorridono ammiccanti nei loro splenditi abiti di scena.
    Al Mercato della Felicità ogni tanto ci passo un pò di tempo, spesso non vorrei mai più doverci tornare.
    Al Mercato della Felicità non trovi l’Amore, ma se ti sta bene accontentarti di qualche suo surrogato sei nel posto giusto.

    Preferisco un pò di sofferenza e la compagnia di Donna Malinconia per qualche bella passeggiata.
    Preferisco provare ad Amare anche se fa male.
    Preferisco donare invece che ricevere doni, se poi si è un dono l’un per l’altro ancora meglio, ma non è facile trovarne di questi tempi.

    Son quel’ degl’abbracci io.. chi mi abbraccia?

  11. valeria Says:

    LABBRA:
    veicolo dei pensieri….

  12. medhusa Says:

    MARINA

    Dolce suono che vola nell’aria,
    labirinto di luce calda,
    il sogno incarnato, la certezza, la fortezza
    e non si cade mai.
    Marina sa di acqua fresca, cristallina.
    Marina sa di mare, di flotte corazzate.
    Marina è il mondo che calpesto a piedi nudi,
    è terra bianca, è tutta la mia casa.
    Marina a volte sono io,
    guerriera della vita.
    Marina è come un grazie eterno, “grazie”
    per averti trovata.

  13. Arimane Says:

    (La mia parola)
    Provate a pronunciarne il nome.
    Inizia con pieni suoni di nasali, beffardamente piegati a una vocale un po’ irridente; ma subito impennati in un salto, che sospende e crea attesa. Si atterra non su qualche dura dentale levigata, ma sulla composita cedevolezza di una zeta, arrotondata da un suono più maschile. Il trionfo della seduzione e del rapimento, però, sta in ciò che segue e conclude: un morbido gn, felicemente aperto nella vocale ampia più di tutte.
    Adesso ditemi: è possibile che tanta carnale abbondanza, tanta seducente pienezza, tanta ammiccante varietà dicano di cosa laida ed esecranda, come si pretende?

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