Lettera P

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10 Risposte to “Lettera P”

  1. Sara Cocco Says:

    Preferire: questa non è la mia parola preferita, in realtà la odio. È una parola assoluta categorica e prepotente. Una parola che ragiona per esclusione: non si può preferire questo e quello ma solo una cosa tra le tante e le altre stanno fuori. È un meccanismo che genera tristezza. Oltretutto trovo sia una parola subdola: spesso quando qualcuno dichiara ad alta voce di preferire qualcosa in realtà vuole esprimere il suo disgusto per ciò che resta escluso. Tra l’altro è anche una parola bugiarda. Non si può preferire una cosa per sempre. Però la si può curare questa parola con quella che, ora che ci penso è la parola che preferisco: ironia.

  2. Danilo Deninotti Says:

    Provincia

    Nome proprio di appartenenza. Seguendo un preciso ordine cronologico, è il comune denominatore cromatico che ha sempre racchiuso in un solo morfema ogni mia diversa situazione socio-mentale. La bolla verde di lallazione sul terrazzo dei nonni. L’arancione acido delle verdure alla mensa dell’asilo. Il grigio ghiaia sulle ginocchia negli 8 contro 8 portiere volante. Il bianco pallido della sesta birra guardandola ritornare al suo stadio precedente, ma senza gas, nel cortile di casa. Il trasparente mentale a cui si ricorre, durante la panoramica della prima mattina, su una metro a chilometri e anni di distanza. L’azzurro inteso di quando ci si ritorna.

  3. Lara Arvasi Says:

    Papavero

    Cresce involontario nei campi, sui bordi dei fossi, di un rosso acceso, di cuore nero, se lo cogli si disfa, congenita è la sua vulnerabilita’.

  4. Antonia G. Says:

    La pazienza è un cardine, secondo me. Racchiude fiducia, calma, gentilezza, precisione, costanza, interesse.

    Vuol dire ascoltare una persona che parla e negoziare insieme a lei anche le parole da usare per capirsi, spiegare le proprie ragioni senza avere paura di perdere il filo e di non arrivare al punto, perchè quando si parlaal punto si converge in due (diciamo, appunto, “conversazione”).

    Significa restare sempre tranquilli, perchè l’aggressività fa male e una persona che si senta aggredita fa fatica ad essere sincera.

    Alcune volte non si può evitare di tornare indietro, anche qui ci vuole pazienza, per riprendere alcuni argomenti, cambiare angolazione, aggiungere perplessità, talvolta qualche possibile soluzione.

    La pazienza è anche condividere una scelta che non è nostra, è una fortuna se lo si può fare volentieri, altre volte invece è durissima.

    Però l’italiano è forte: anche a denti un po’ stretti c’insegna ad allargare le braccia e a dire “pazienza”…

  5. Nuccina Says:

    Pudore.

    Il senso dell’intimità personale oltre il quale è sfregio e dissapore con i propri sensi. Il pudore ti chiude al mondo ma nello stesso tempo ti apre al mondo
    con l’appartenenza non dovuta agli altri. Ti fa restare in bilico senza mai cadere.
    Io amo il pudore delle persiane succhiuse del mio paese, il pudore di occhi candidi non ancora cresciuti, il pudore di desideri sommessi non gridati al mondo.

  6. iGio Says:

    PENA

    … nel senso di “ne vale la pena”, un’espressione tanto intensa quanto sottovalutata. Se infatti ci si sofferma un momento sul significato, questo appare molto più grande di quanto non ci si aspetti. “Ne vale la pena” condensa una scelta faticosa, una ponderazione costi-benefici che si conclude con la sopportazione di un certo sacrificio, finalizzato al raggiungimento un qualcos’altro.
    Lo si dice come una sorta di intercalare, senza pensarci. E’ forse il simbolo dell’importanza delle parole, sbatutte spesso fuori senza troppa cautela, ma che rilette con attenzione avrebbero tutte un loro significato preciso e profondo. Certo, dare importanza a tutte le parole che si pronunciano costerebbe non poca fatica, ma – come dire? – “ne varrebbe la pena”…

  7. LUIGI BELLUCCI Says:

    Precipitevolissimevolmente

    Da bambino è stata la parola che più ho amato. Così lunga da dire e da pensare che mi dava il tempo di perdermi nei giochi, storie, fantasie, racconti che dentro quella parola inventavo rincorrevo vivevo e sognavo.
    Era la scansione a piacere di spazio e tempo, e quando arrivavo alla fine era ora di fare i compiti o di salutare gli amichetti e tornare a casa. O di farla giocare di nuovo con me. Come nel “passaparola”: ero imbattibile nessuno riusciva mai a ripeterla , tutti si inceppavano come negli scioglilingua e pensavano di doverla dire velocemente. E invece era da far girare lentamente nella bocca e, dando il giusto fiato a tutte le consonanti, arrivare alla fine con lentezza. A dispetto del significato. Una parola liquida con impennate improvvise e la bonaccia finale che schiudeva gli orizzonti.
    Era il tempo che mi davo quando mi facevano scendere in cantina la sera, prima di cena, a prendere qualcosa, e il buio delle scale e dell’androne prima di arrivare all’interruttore della luce davanti la porta mi terrorizzava. Durante la scansione trovavo il coraggio di entrare in quel buio prima di arrivare e accendere la luce, e poi, risalendo le scale di uscire dal buio ed entrare in casa. Era il tempo in cui riuscivo a non sentire più i battiti furiosi del mio cuore e giocavo con quella parola per non essere solo e perduto di paura. Era un talismano, un portafortuna, una compagna di vita, un rifugio, e mi faceva entrare in un’altra percezione della vita, sospesa, leggera, un labirinto giocoso in cui mi nascondevo e da lì osservavo tutto e tutti. Tutti volevano avermi come compagno di giochi, perché con il mio segreto sapevo prolungare a piacere il tempo della fantasia. E quando ho conosciuto i giochi dei “grandi” tutto mi è sembrato più facile, anche il rapporto con il mio corpo e le mie pulsioni. Un piccolo segreto double face.
    Poi ho scoperto che questa parola non c’è.
    E passeggiando nei giardini di Kensington, dove Peter viveva nascosto nella sua “isola che non c’è” ho capito che la mia “parola che non c’è” è stata la mia felicità, il mio mondo bambino, il mio volare planando in atterraggi morbidi, senza nessuno sforzo e senza l’aiuto di Trilly.
    Ed ho pianto.
    Di felicità.

  8. Marieclaire Says:

    Piuttosto che….
    perchè ogni volta che qualcuno (soprattutto se giornalista o letterato) la usa come congiunzione e non come locuzione avversativa mi viene l’orticaria e vorrei avere un AK47.

  9. Cristina Says:

    PERCHE’
    tum tum tum
    è un battito continuo in testa
    si intreccia con quello del cuore
    stringendo i denti dalla rabbia non li distingui più
    testa cuore cuore testa
    tum tum tum
    è senza fine in eterna sospensione
    per sua natura
    non ti accorgi dei cambiamenti di direzione
    tum tum tum
    ecco, forse ci sei
    sembra di essere arrivati, stremati, al capolinea
    tum tum tum
    ti appoggi piegato in due senza fiato cerchi di riprenderti, strappando
    morsi e boccate d’aria
    a pieni polmoni
    tum tum tum
    si gira, di tre quarti
    e se ne va
    perchè.

  10. Gioanass Says:

    … (PUNTINI PUNTINI)

    Mi piacciono i giochi di parole, i calembour; di qui, le polisemie che, quando esagero, non possono che diventare poli…scemie. I doppi sensi che ne conseguono, concedetemelo, li debbo pur far risaltare in qualche modo, e non solo parlando (con le silenti ma dense pause a effetto) ma benanco scrivendo, ed è proprio qui che mi nascono quasi a forza i …
    Mi par già di sentire qualcuno che si starà domandando cosa mai avrò voluto significare con quei … Beh, in questo caso … specifico (sia come aggettivo di caso che come voce verbale di quanto segue), non c’è proprio nessun concetto recondito, volevo semplicemente dire che ciò che mi nasce dentro (o fuori?) sono i … puntini di sospensione, o vuoi sospensivi, o vuoi ancora ellissi: a scanso di equivoci, avrei dovuto scrivere “…”.
    Sì, lo so che i “…” non sono una parola, e che pertanto queste peregrinazioni saranno gettate – con sufficienza e insofferenza – nel primo cestino della carta straccia; io però ci sono proprio affezionato ed è comunque la prima “parola” che mi è sgorgata dal … pennino, … con macchie e tutto!

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